Il mostro che vuole battere Jobs
Google ha almeno due buone ragioni per spendere 12,5 miliardi di dollari nell’acquisto di Motorola. La prima riguarda l’espansione del mercato dell’azienda di Mountain View verso i lidi della telefonia mobile, intenzione che circola almeno da quando l’azienda ha inglobato, nel 2005, gli inventori di Android, il software condiviso da diversi colossi della telefonia mondiale. Con l’acquisto di Motorola, Google passa dal contenuto al contenitore, getandosi a pesce in un mercato dominato dalla frammentazione fino al giorno fatale in cui Steve Jobs lo ha occupato manu militari con l’introduzione dell’iPhone.
18 AGO 20

Google ha almeno due buone ragioni per spendere 12,5 miliardi di dollari nell’acquisto di Motorola. La prima riguarda l’espansione del mercato dell’azienda di Mountain View verso i lidi della telefonia mobile, intenzione che circola almeno da quando l’azienda ha inglobato, nel 2005, gli inventori di Android, il software condiviso da diversi colossi della telefonia mondiale. Con l’acquisto di Motorola, Google passa dal contenuto al contenitore, getandosi a pesce in un mercato dominato dalla frammentazione fino al giorno fatale in cui Steve Jobs lo ha occupato manu militari con l’introduzione dell’iPhone. L’azienda di Larry Page aveva già provato a inserirsi nel mercato dei cellulari con Nexus One, buona idea dal punto di vista del prodotto ma fallimentare nella distribuzione, visto che il telefono di Google si poteva comprare soltanto in rete, in chiara violazione del primo comandamento del decalogo non scritto del consumatore telefonico: non comprerai un telefono al di fuori di quelli che puoi preventivamente toccare.
Motorola garantisce a Google l’apparato tecnologico necessario per produrre supporti sui quali far girare il sistema Android – al momento l’azienda perde soldi, ma i manager californiani hanno già dimostrato in diversi casi di poter ristrutturare con profitto anche la più malconcia delle aziende – e nello stesso tempo genera una naturale alleanza fra gli avversari di Apple. I consigli d’amministrazione di Samsung, Htc, Sony Ericsson e Lg hanno lodato in coro l’investimento di Google, che con un automatismo obbligato della comunicazione ha garantito che Android rimarrà una tecnologia condivisa e che Motorola manterrà la sua autonomia operativa. Le rassicurazioni di Mountain View sono strategicamente assestate: per battere Apple occorre che gli alleati siano convinti della buona fede del gruppo, che combinando la potenza di hardware e software potrebbe teoricamente mettersi sulla pericolosa strada di un bipolarismo telefonico (tripolarismo se si considerano gli ambiziosi progetti che stanno prendendo forma nei cantieri Microsoft) escludendo quei player meno attrezzati che ora fanno festa.
La seconda buona ragione riguarda i brevetti, i veri cannoni della battaglia della Silicon Valley. Oltre a un consolidato apparato industriale, Motorola contiene 17 mila brevetti, i quali garantiscono fra l’altro una certa copertura legale dagli attacchi dei competitor. Page lo ha spiegato chiaramente: “L’acquisizione aumenterà la nostra competitività rafforzando il portfolio dei brevetti. Il che ci permetterà di difendere meglio Android dalla concorrenza sleale di Microsoft, Apple e altre compagnie”. Per spiegare l’importanza dei brevetti nella tecnologia basta pensare che il mese scorso Apple e Microsoft si sono alleate per rilevare Nortel, compagnia finanziariamente distrutta ma carica di ghiotte esclusive, al prezzo di 4,5 miliardi di dollari. Se si considera che Motorola possiede il triplo dei brevetti di Nortel e non ha una procedura di bancarotta in corso diventa chiaro che tutto sommato Google ha acquistato Motorola a buon mercato.
Non è un caso che poche ore dopo l’annuncio dell’affare i taiwanesi di Htc – che sfruttano Android – abbiano denunciato Apple per aver violato tre loro brevetti con iPhone e iPad. Gli avvocati della compagnia parlano enfaticamente di “danni irreparabili” causati dall’azienda di Jobs, ma sullo sfondo della schermaglia di giornata c’è l’epocale guerra dei mondi che oppone Google a Apple. L’acquisto di Motorola sancisce ufficialmente il conflitto e contestualmente lo porta a un livello più profondo. “Anche se ho un computer vicino a me, continuerò sempre a usare il mio device portatile” è una recente massima di Page che segnala un cambio strategico nella filosofia di Google. Android è la chiave dello sviluppo dell’azienda, ma per poterla sfruttare su larga scala – con telefoni, tablet e altri device ancora da inventare – occorre avere la copertura legale necessaria per non finire schiacciati dall’onnipresente Jobs.
Dal punto di vista del software, Google è riuscito a superare Apple, ma soltanto grazie all’apporto tecnologico di partner che hanno dato forma alla sapienza tecnologica di Mountain View; l’acquisto di Motorola lancia un segnale ambiguo ai costruttori che ogni giorno si svegliano con l’ossessione di superare i prodotti Apple. Da una parte, l’unione delle forze attorno ad Android apre nuovi spazi per lanciare prodotti competitivi; dall’altra instilla il dubbio che Google stia muovendo le sue pedine per produrre in casa tutte le armi che servono per sfidare Jobs a duello con qualche speranza di vittoria. Per questo gli analisti del New York Times prevedono che gli attuali alleati di Google potrebbero rimanerci molto male quando, fra un anno o poco più, si renderanno conto che Mountain View si è trasformato da partner in funzione anti Apple in squalo che ingoia i pesci piccoli della tecnologia. Nella strategia di Page è ormai chiara la volontà di espansione verso mercati ancora scarsamente esplorati: stretta fra il fuoco di Facebook in rete e quello di Apple nell’universo dei device, Google investe per riaffermare il suo posto d’onore nella Silicon Valley.
Motorola garantisce a Google l’apparato tecnologico necessario per produrre supporti sui quali far girare il sistema Android – al momento l’azienda perde soldi, ma i manager californiani hanno già dimostrato in diversi casi di poter ristrutturare con profitto anche la più malconcia delle aziende – e nello stesso tempo genera una naturale alleanza fra gli avversari di Apple. I consigli d’amministrazione di Samsung, Htc, Sony Ericsson e Lg hanno lodato in coro l’investimento di Google, che con un automatismo obbligato della comunicazione ha garantito che Android rimarrà una tecnologia condivisa e che Motorola manterrà la sua autonomia operativa. Le rassicurazioni di Mountain View sono strategicamente assestate: per battere Apple occorre che gli alleati siano convinti della buona fede del gruppo, che combinando la potenza di hardware e software potrebbe teoricamente mettersi sulla pericolosa strada di un bipolarismo telefonico (tripolarismo se si considerano gli ambiziosi progetti che stanno prendendo forma nei cantieri Microsoft) escludendo quei player meno attrezzati che ora fanno festa.
La seconda buona ragione riguarda i brevetti, i veri cannoni della battaglia della Silicon Valley. Oltre a un consolidato apparato industriale, Motorola contiene 17 mila brevetti, i quali garantiscono fra l’altro una certa copertura legale dagli attacchi dei competitor. Page lo ha spiegato chiaramente: “L’acquisizione aumenterà la nostra competitività rafforzando il portfolio dei brevetti. Il che ci permetterà di difendere meglio Android dalla concorrenza sleale di Microsoft, Apple e altre compagnie”. Per spiegare l’importanza dei brevetti nella tecnologia basta pensare che il mese scorso Apple e Microsoft si sono alleate per rilevare Nortel, compagnia finanziariamente distrutta ma carica di ghiotte esclusive, al prezzo di 4,5 miliardi di dollari. Se si considera che Motorola possiede il triplo dei brevetti di Nortel e non ha una procedura di bancarotta in corso diventa chiaro che tutto sommato Google ha acquistato Motorola a buon mercato.
Non è un caso che poche ore dopo l’annuncio dell’affare i taiwanesi di Htc – che sfruttano Android – abbiano denunciato Apple per aver violato tre loro brevetti con iPhone e iPad. Gli avvocati della compagnia parlano enfaticamente di “danni irreparabili” causati dall’azienda di Jobs, ma sullo sfondo della schermaglia di giornata c’è l’epocale guerra dei mondi che oppone Google a Apple. L’acquisto di Motorola sancisce ufficialmente il conflitto e contestualmente lo porta a un livello più profondo. “Anche se ho un computer vicino a me, continuerò sempre a usare il mio device portatile” è una recente massima di Page che segnala un cambio strategico nella filosofia di Google. Android è la chiave dello sviluppo dell’azienda, ma per poterla sfruttare su larga scala – con telefoni, tablet e altri device ancora da inventare – occorre avere la copertura legale necessaria per non finire schiacciati dall’onnipresente Jobs.
Dal punto di vista del software, Google è riuscito a superare Apple, ma soltanto grazie all’apporto tecnologico di partner che hanno dato forma alla sapienza tecnologica di Mountain View; l’acquisto di Motorola lancia un segnale ambiguo ai costruttori che ogni giorno si svegliano con l’ossessione di superare i prodotti Apple. Da una parte, l’unione delle forze attorno ad Android apre nuovi spazi per lanciare prodotti competitivi; dall’altra instilla il dubbio che Google stia muovendo le sue pedine per produrre in casa tutte le armi che servono per sfidare Jobs a duello con qualche speranza di vittoria. Per questo gli analisti del New York Times prevedono che gli attuali alleati di Google potrebbero rimanerci molto male quando, fra un anno o poco più, si renderanno conto che Mountain View si è trasformato da partner in funzione anti Apple in squalo che ingoia i pesci piccoli della tecnologia. Nella strategia di Page è ormai chiara la volontà di espansione verso mercati ancora scarsamente esplorati: stretta fra il fuoco di Facebook in rete e quello di Apple nell’universo dei device, Google investe per riaffermare il suo posto d’onore nella Silicon Valley.